Google Allo: il machine learning di Big G condensato nel proprio smartphone

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A maggio di quest’anno Google ha presentato Google Allo, applicazione di instant messaging multipiattaforma (iOS e Android), secondo l’azienda in grado di rivoluzionare completamente il modo in cui le persone sono oggigiorno abituate a comunicare.

Se pensiamo a come le cose lato instant messaging sono cambiate in così poco tempo, ci rendiamo conto del perché tante aziende (da Apple a Google passando per software house indipendenti) in quest’ultimo periodo stanno spingendo così tanto nella creazione di applicazioni sempre più complesse (in termini di feature, s’intende), pensate per agevolare l’utente nell’invio di messaggi e tanto altro. Di questa rincorsa a chi riesce ad integrare sempre nuove feature ne abbiamo concreta testimonianza quotidianamente.

In Google Allo sono presenti i servizi di Google. Tutti a portata di tapWhatsApp che integra la crittografia end-to-end, Telegram che amplia ancora di più il supporto ad iOS 10 e la sua gamma di bot (addirittura nella forma di giochi in HTML5, direttamente integrati nell’applicazione), ad Apple che, con l’aggiornamento di Messaggi per iOS 10, cerca di recuperare il terreno perso in questi anni lasciando però qualcosa per strada – ne abbiamo discusso proprio qualche giorno fa.

Pare evidente che ormai GIF, sticker, possibilità di modificare foto e immagini in tempo reale non sia più una cosa così tanto complessa di integrare. Ecco che, consci di queste feature ormai spalmate su praticamente tutte le applicazioni di instant messaging, la ricerca della funzionalità capace di dare lo stacco con le altre applicazioni rende ancora più chiaro il motivo di tanto interesse in questo settore.

Ognuna delle parti interessate ha la sua versione di quella che potrebbe essere la “killer feature“, ma pare che questa volta sia proprio Google ad aver trovato la gallina dalle uova d’oro. Ad integrare il supporto ai contenuti multimediali sono tutti bravi, ma le cose cambiano completamente quando si affronta il “problema” della comunicazione istantanea nel modo in cui ha deciso di farlo Google.

Come? Semplice: sono decenni che Big G amplia, modifica, migliora il suo machine learning e tutte le tecnologie “secondarie” che fluiscono da essa. Avere una tecnologia così sofisticata non è cosa di tutti e Google da questo punto di vista è (ancora) la regina: del resto il suo machine learning gli permette di essere ancora adesso il motore di ricerca per eccellenza, indipendentemente dalla piattaforma utilizzata. Ma cosa accade se Big G decide di integrare una porzione di questa tecnologia all’interno di Google Allo?

Ancor prima di scoprirne le funzioni fondamentali, bisogna cercare di visualizzare il motivo per cui Google abbia deciso di sviluppare questa applicazione e le sue fondamentali peculiari caratteristiche rispetto ai competitor. Che senso ha per Google investire tempo e risorse – sia umane che economiche – su un’applicazione che in fin dei conti ha già nel suo portfolio? Il riferimento ad Hangouts è ovviamente lampante. La differenza sostanziale fra i due è l’approccio che Google ha abbracciato per portare allo sviluppo di entrambe le soluzioni: se Hangouts si basa sul proprio account Google, Allo, invece, basa le sue fondamenta sul proprio numero di cellulare.

È chiaro quindi che per Big G le due applicazioni servono due differenti tipologie di utenti: da un lato abbiamo Hangouts con l’accesso tramite l’account Google (magari adesso con il baricentro più spostato verso l’utilizzo all’interno di aziende), dall’altro abbiamo Allo che è più mainstream. Il nucleo di Google Allo è però qualcosa che Google non aveva mai integrato all’interno di nessun prodotto da essa sviluppata. Google Assistant, il fiore all’occhiello di questo incontro fra il machine learning e il suo sfogo in applicazioni commerciali, è il cuore pulsante di Allo.

È la caratteristica fondamentale che differenzia Google Allo da tutte le altre applicazioni di instant messaging ed è il chiaro esempio di quanto sia avanzato il know how dell’azienda in questo settore. Mettendo un attimo da parte il resto delle feature che sono presenti all’interno di Allo (più o meno le stesse che abbiamo visto nelle applicazioni competitor), Google Assistant è da solo l’unico vero motivo che potrebbe spingere l’utente a scaricare ed installare Allo.

Nello specifico si tratta di una tecnologia – per l’utente in forma di un bot – tramite cuiparlare direttamente con Google. La differenza sostanziale con i piccoli automi divenuti davvero utilizzabili sotto il profilo commerciale grazie all’integrazione su Telegram, Google Assistant è un macchina che sa molto di umano – se in questo momento sentite un piccolo brivido lungo la schiena non preoccupatevi, è la normale sensazione che si prova quando si parla con una macchina e si ha una conversazione quasi umana.

 

Tutto il lavoro dell’azienda su Google Allo si materializza infatti sulla prima chat in cui si viene trasportati la prima volta che si avvia l’applicazione. Sebbene il nostro idioma non sia ancora completamente integrato, alcune funzioni sono attive e permettono effettivamente di conoscere fin quanto Allo è in grado di spingersi una volta che abbiamo deciso di dialogare con esso. Abbandonando la chat face-to-face con Google Assistant, la schermata principale di Google Allo è quello che ci si aspetta da una qualsiasi applicazione di instant messaging: una lunga lista di chat e gruppi (fino ad un massimo di 200 persone) in cui condividere foto, immagini, GIF, sticker, posizioni, link, video e tanto altro.

Dicevamo che la potenza di Allo risiede in Google Assistant e che quest’ultimo diventa tanto più “intelligente” – lo è già di suo, credetemi – tanto più lo si utilizza e lo si lascia apprendere informazioni su di noi e le nostre chat. Questo perché, proprio come avviene per applicazioni come Google Foto o Foto di Apple, più l’utente interagisce con l’AI e più essa è in grado di conoscere i nostri gusti, le nostri abitudini, con l’intendo principe di riuscire ad anticipare le nostre mosse – la classica funzione “pro-attiva” delle AI odierne.

Google Assistant è l’asso nella manica di Google Allo. Una AI che si muove al di sotto del pelo dell’acqua e che sa tutto di noiPer fare tutto questo è inevitabile che Allo richieda particolari permessi per accedere a tutte queste informazioni – mi preme stressare questo punto, ancora una volta. Più dettagli della vostra vita (e delle vostre conversazioni) date a Google Allo, maggiore è la capacità di Google Assistant di anticiparvi. I più grandi dilemmi a questo punto ruotano tutto attorno al sempre più cocente argomentoprivacy. Anche in questo caso e in tanti altri saliti alla ribalta (non ultima la comunicazione fra WhatsApp e Facebook per quanto riguarda l’unione delle informazioni e il proprio numero di telefono con il social network di Zuckerberg), l’opinione pubblica si divide fra chi non ha nulla di cui preoccuparsi – tanto non ho nulla da nascondere, controllassero pure i messaggi e le conversazioni che ho su Google Allo – e chi, invece, vede ancora una volta un pericolo concreto rendere accessibile le conversazioni presenti sull’applicazione alle forze dell’ordine (e terzi?).

Da questo punto di vista inizialmente Google era stata perentoria nell’assicurare che tutte le conversazioni sarebbero state salvate in maniera transitoria e quindi non identificabile. A tal proposito mi preme aprire una piccola parentesi: la crittografia end-to-end esiste in Google Allo ma è circoscritta alla modalità incognito presente nell’applicazione. Si tratta di una funzione del tutto simile alla chat segreta di Facebook Messenger e tante altre, pensata per tutelare al 100% le informazioni scambiate in una chat. L’unico problema di questa funzione è che utilizzandola si va a minare in maniera irreversibile la funzione di Google Assistant; non potendo risalire alle informazioni scambiate in chat, la funzionalità di Google Allo non ha proprio modo di esprimersi e pertanto ci si chiede per quale motivo una persona dovrebbe utilizzare Allo se alla fine dei conti in questa modalità non può utilizzare tutto il parco di servizi ad esso annessi.

Chiudendo questa parentesi e tornado al discorso precedente, l’arrivo ufficiale di Google Allo ha però cambiato il modo in cui le informazioni scambiate in chat vengono conservate sui server di Google. Ovviamente si tratta di messaggi criptati di cui solo Big G possiede la chiave crittografica ma, a differenza di quanto annunciato a maggio, il loro effettivo transito sui server di Google è in netto contrasto con quanto affermato mesi fa. Questo cambiamento, in parole povere, è scaturito dalla necessità di Google di avere a disposizione queste informazioni per non minare la funzione di smart reply all’interno delle chat.

Per l’utente finale conservare un minimo di privacy comporta il dover cancellare manualmente ogni messaggio scambiato in chat. Sinceramente voi ce lo vedete un utente “x” passare in rassegna tutte le sue chat e cancellare tutti i messaggi scambiati? Nemmeno io.

In Allo Google è presente all’interno di ogni chat. A distanza di un semplicissimo “@google”, ogni utente, sia in privato che in chat di gruppo, può evocare Big G per rispondere ad una serie di query. Il grado di profondità delle risposte dipendono fondamentalmente dalla capacità di Google Assistant di comprendere il contesto di utilizzo e le informazioni presenti sul proprio account. Non dovrebbe sorprendere che Google Allo vada a scovare le informazioni richieste all’interno del proprio account di Google: abbiamo infatti la possibilità di avere un résumé del nostro volo, le ultime email presenti sull’account Google, informazioni presenti nella cronologia della propria attività sul web e della posizione geografica oppure risposte rapide da inviare in una conversazione – Google Assistant è sempre attivo in background.

Come già esplicitato all’inizio dell’articolo, fondamentalmente Google Allo è ancora un’applicazione castrata per il nostro Paese. La mancanza di una completa comprensione della nostra lingua offusca molte delle possibilità offerte da Allo. La strategia di Google, con Allo, è quella di elevare la classica gestione dell’instant messaging a qualcosa di più complesso ma altrettanto semplice per l’utente. Tutto quello che si muove al di sotto del pelo dell’acqua è la somma dei piccoli passi fatti da Big G nel campo del machine learning in tutti questi anni.

Questo piccolo viaggio potrebbe portare Google Assistant, il cuore di Google Allo, all’interno di altre applicazioni o servizi. Pensiamo ad esempio a Google Home, la piattaforma per la smart home tramite cui Google vuole prendere il controllo delle periferiche installate nelle nostre case. Magari tramite Google Assistant ognuno di noi potrà porre domande in linguaggio naturale e ricevere informazioni dettagliate in relazione allo storico dei consumi dell’energia elettrica oppure consigli su quando uscire di casa certi di trovare poco traffico.

Come non pensare anche all’universo Android Wear. Assieme all’arrivo del tanto attesoPlay Store che troveremo all’interno di Android Wear 2 (purtroppo posticipato al 2017), disporre di Google Assistant a portata di polso potrebbe dare una spallata a Siri e Cortana che, almeno sul settore wearable, ancora oggi non hanno grande libertà di movimento. Una conversazione direttamente a portata di polso, lontano dallo smartphone, da ritrovare aggiornata su tutti i dispositivi collegati, per essere accompagnati nei task di tutti i giorni anche in mobilità. Se un tempo era Google Now a garantire un certo livello di interazione con l’utente finale, oggi è Google Assistant il player che prende in mano le redini dell’azienda in questo particolare settore. Google Allo potrebbe quindi essere solo la punta dell’iceberg.

Se volete provare la validità di Google Allo, anche se attualmente più incline a comprendere le query in inglese, vi ricordo che è disponibile gratuitamente a questo link dell’App Store e a quest’altro link del Play Store.

tecnologyblog78

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Giovane Siciliano di 36 anni appassionato di tecnologia in genere. Nutre una vera e propria passione per lo spazio ed anche per gli smartphone. Grazie a questo nuovo progetto vuole riuscire a portare l’informazione tecnologia ad un nuovo livello. Ora anche gli utenti meno capaci potranno trovare uno spazio in cui gli sarà facile masticare tecnologia.